The BigTour 41 – Le viste e l’infinito

La sveglia suona alle 4:30 del mattino. Tempo di bagno, vestirsi, caricare le borracce con il caffè dell’hotel e alle cinque meno dieci siamo in auto, direzione Canyonlands di nuovo.

L’obiettivo è l’alba. Sarebbe dovuta essere un’alba con un trekking di più di un’ora, ma la stanchezza accumulata nei giorni e le poche ore di sonno ci hanno fatto riprogrammare questa esperienza verso un arco più “raggiungibile”.

Sono le sei meno un quarto quando parcheggiamo al Mesa Arch, assieme a una quindicina di altre macchine e una famiglia di americani che ci insulta perché ci credevano i ranger del parco.
pochi minuti di camminata e arriviamo all’arco, leggermente illuminato dal crepuscolo e pieno fitto di asiatici appostati per scattare la foto del secolo.

Ma a noi quasi non importa dell’arco, per ora. Ci importa dell’alba. Saliamo quindi accanto, ci appostiamo, tiriamo fuori i biscotti presi ieri sera al Seven Eleven e il caffè in borraccia e ci godiamo la colazione perfetta, mentre un sole caldo e radioso sbuca dall’orizzonte, illuminando un paesaggio sconfinato di canyon.
Passiamo quasi un’ora ad ammirare un nuovo giorno che comincia, i colori, il cielo infinito sopra di noi.

Aspettiamo che gli asiatici si diradino, facciamo le nostre foto all’arco e risaliamo la piccola collinetta per il parcheggio. Ripartiamo quindi per l’uscita del parco, ma prima di raggiungere l’albergo c’è un’ultima tappa da salutare.

Ad una certa, una stradina sterrata si dirama da quella principale. Abbiamo delle jeep super incazzate, ci buttiamo dentro e per venti minuti saltiamo e sobbalziamo sulla terra in mezzo alla steppa del plateau di Canyonlands. Qui di sicuro gli asiatici non ci arrivano, ci diciamo.

Ed effettivsmente è così: ad un certo punto la strada finisce e bisogna continuare a piedi. Ormai le camminate non ci spaventano più e il sole è ancora troppo basso per scaldare l’aria, si sta una meraviglia. Superati pochi arbusti, il plateau subito si interrompe ed eccolo davanti a noi, il Malboro Point.

È difficile trattenere le lacrime in un posto del genere. Un doppio monolite che si erge in una vallata infinita, scavata da milioni di anni di acqua e aria, tagliata solo dalla luce del sole mattutino. Scattiamo foto, facciamo volare il drone, contempliamo in silenzio il fatto che tutta questa meraviglia, qualche migliaio di anni fa era sott’acqua e quanto ancora sott’acqua di meraviglioso c’è nei nostri oceani.

Ma sono le otto e mezza del mattino e i nostri bisogni primari dopo il caffè cominciano a farsi sentire. Facciamo manovra e riportiamo le auto in albergo. Piccola colazione e power nap prima di riprendere il viaggio.

pranziamo al volo al McDonald’s di Moab e inforchiamo la strada verso nord. Abbiamo quasi due ore di strada prima della prossima tappa. Ci fermiamo in un caratteristico e meraviglioso negozio di cianfrusaglie in tema area 51, comprando souvenir e vermi secchi da assaggiare.

Puntiamo verso Capitol Reef, mentre il cielo comincia a caricarsi di nuvole nere temporalesche. Si alza un vento fortissimo che però non ci ferma dallo spalancare tettucci e finestrini e buttarci fuori a tutta velocità appena troviamo uno sterrato. Passiamo accanto al centro di ricerca di Marte e scaliamo quelle che vengono chiamate Blue Bubbles, colline a forma di semisfera inspiegabilmente colorate a strati. La vista dalle colline è decisamente spettacolare con i rossi accesi e i bianchi che, con il filtro giusto del telefono, si accendono di blu.

Ma non è finita. Prima di arrivare in hotel (e finalmente goderci la piscina) c’è un ultimo spot assolutamente da vedere, forse il più bello finora.

Si trova in fondo ad uno sterrato bianco giallo, sembra un terreno lunare. All’improvviso la strada finisce e davanti a noi si apre una vista infinita. Non si possono trovare parole per descrivere o capire minimamente cosa significa questo paesaggio, è solo silenzio, vento e lacrime.
Gli occhi non sanno dove guardare. Ogni colore, ogni sfumatura, ogni collina, roccia, monolite sembra venire da un pianeta alieno. Sembra proprio di essere in un pianeta alieno. Facciamo le foto nello spot più pauroso ma più liberatorio di tutto il viaggio e ci rimettiamo in auto.

Pochi minuti ed eccoci in albergo. Ad un’ora decente, finalmente.
Ci concediamo finalmente un bagno in piscina, facciamo lavatrici, ceniamo nel ristorante dell’albergo e finiamo la serata bevendo finalmente le palline cocktail e qualche birra attorno ad un fuocherello a gas sotto le stelle.