The BigTour 41 – Tesori nel nulla

La mattina a Kanab é piacevolmente fresca. Dopo una colazione da campioni come si deve, é tempo di fare il primo pieno di benzina e il primo shuffle degli equipaggi.

Oggi è Pathfinder a guidare e la tappa della giornata si trova a due ore di strada, nel mezzo di un plateau roccioso vastissimo a più di 2000 metri, circondata dal nulla cosmico.
Arrivare al white pocket è già di per sé un’esperienza. Primo, perchè si attraversano già nelle prime miglia due/trecento climi e tipi di paesaggio diversi: corriamo letteralmente dalle piccole colline di roccia rossa, alla steppa secca, ad una radura completamente bruciata e un bosco fitto che sembra di essere arrivati in Austria.

Secondo, perchè ad una certa l’asfalto finisce e si è subito proiettati sul nostro primo sterrato vero del viaggio. Maciniamo chilometri in mezzo a steppe secche o piccoli arbusti, lo sterrato poi all’improvviso si trasforma in terreno sabbioso, con intermezzi di rocce e buche. Già l’anno scorso avevamo fatto questo pensiero: se fossimo stati su questa strada con i suv che eravamo soliti prenotare, ne avremmo lasciato lì più di qualcuno e probabilmente bucato otto ruote. E invece no, con le jeep wrangler è veramente tutta un’altra vita. Certo, mai esagerare giusto per capire qual’è il loro limite meccanico, ma ecco abbiamo capito che sono veramente adatte alle peggio situazioni che possono capitare durante un’avventura.

Arriviamo al White Pocket a mezzogiorno abbondante, sotto un sole intendo ed una piacevole brezza. Il posto é veramente qualcosa di impossibile da descrivere per quanto abbiamo scattato milioni di foto ciascuno. Esploriamo le rocce rosse e bianche, ci arrampichiamo nel masso più imponente, perchè un vecchio detto recita “cerca il posto più alto dove ammirare, sicuramente il livello di epicità può solo che salire”.

il caldo si fa veramente sentire, dopo un’ora di chill in questo posto da favola ci rimettiamo in auto, pronti per rifarci l’ora e mezza di sterrato sabbioso all’indietro.

Siamo scottati e stanchi, ma questo non ci solleva dal spararci altre due ore di auto in direzione Page, ammirando il paesaggio che di nuovo cambia attorno a noi.
Ci arriviamo nel primo pomeriggio, pranzo intenso al Taco Bell e ci spostiamo in albergo per fare il check in tattico, con il programma di infilarci il costume e fare un bagno nel lago Powell ma.…. Qualcuno ha sbagliato a prenotare, fermando le stanze per la  notte successiva. Ci appoggiamo ai divani della hall mentre cerchiamo di convincere le tipe del front desk, poi Booking, poi di nuovo le tipe, poi di nuovo Booking, poi di nuovo le tipe che hanno bisogno dell’autorizzazione di Booking a farci spostare la prenotazione di un giorno senza pagare penali o perdere tutti i soldi. Grazie a qualche congiunzione astrale questo succede, ma ci abbiamo messo più di un’ora e mezza. Non c’è più tempo per i programmi che ci eravamo prefissati. Così cambiamo idea: seguiamo il flow. Appoggiamo le valigie e, sporchi e insabbiati, riprendiamo le auto al volo.

facciamo pochi chilometri fuori da page, una piccola camminata sorpassando a zig zag fiotte di turisti orientali decisamente non in mise da deserto e ci siamo. All’Horseshoe Bend c’è una tradizione da portare avanti, che risale fino ai primissimi viaggi che si avventuravano per queste terre: si chiude gli occhi, si dà la mano e ci si fida per arrivare ad aprirli a pochi centimetri dallo strapiombo. È un’emozione troppo grande da descrivere. L’horseshoe bend è bello, maestoso, imponente, immobile e vivo. È disarmante, è ispirante.

davanti all’horseshoe bend si può solo stare in silenzio e registrare nella memoria ogni piccolo centimetro di bellezza infinita.

torniamo in albergo per la sera: doccia veloce e poi subito in centro a page per mangiare ribs teneri come il burro e panini con pulled pork spettacolari in un vecchio distributore riconvertito a ristorante bbq.

Abbiamo visto tanto oggi. Ci meritiamo una bella dormita.