Fa bello fresco in California. Tanto da uscire dall’albergo in felpa al mattino per caricare le valigie e partire.
Scendiamo la freeway verso sud: in poco meno di un’ora siamo a Fresno dove facciamo sosta tattica spesa, questa volta in un Target, il concorrente di Walmart. Non c’è che dire, sarà perchè siamo in California, sarà perchè ormai siamo abituati a cercare quello che ci serve e non rimaniamo scioccati dalla gigantezza dei prodotti esposti nelle corsie, ma conveniamo che il Target sia organizzato meglio, più pulito e anche un pò più conveniente del concorrente blu.
Quello che non ci rendiamo conto è che, senza aver dato un orario da rispettare, ci ritroviamo all’uscita tutti. Nessun ritardatario.
Ci stiamo muovendo come squadra.
Attraversiamo campi coltivati infiniti, prati di erba secca, frutteti di quelle che ci paiono arance e, soprattutto, tanti campi di pannelli solari, prima di inerpicarci di nuovo super la catena montuosa.
Subito il paesaggio cambia e cominciano i boschi, con abeti e sequoie sempre più alti e più fitti. Incrociamo diverse distese di alberi morti, segno di incendi passati. Ci tocca nel cuore vedere come basta poco per rovinare secoli di bellezza. La strada continua e fiancheggia le montagne, con curve sinuose che danno il ritmo alle musiche del signore degli anelli messe a palla in auto, mentre il sole entra dal tettuccio aperto e ci scalda. L’aria è frizzante e si comincia a sentire un forte profumo di legno.
Entriamo nel cuore del parco delle Sequoie Giganti verso l’ora di pranzo. Troviamo un piccolo spot con le panchine per il nostro picnic all’aria aperta e pranziamo godendoci l’aria fresca e scherzando sugli orsi che potrebbero attaccarci da un momento all’altro per assaggiare gli snack al formaggio e salame.
Ci spostiamo verso il parcheggio del Generale Sherman, facciamo slalom tra i turisti in ciabattine e vestitini fino a scorgere i primi veri bestioni. Le sequoie giganti sono qualcosa di indescrivibile: ferme, pacifiche, svettanti, filtrano la luce del sole che arriva a terra creando giochi di ombre, immerse nel profumo di legno, di montagna, di contea Hobbit.
Facciamo una foto davanti al generale Sherman, la sequoia più grande come altezza e circonferenza, e poi ci defiliamo dalla calca di turisti cercando un pò di pace non appena il percorso transennato finisce.
Ci troviamo a camminare immersi in una radura magica, fatta di silenzio, piante verdi basse e sequoie rosse fuoco.
Osserviamo in silenzio questo spettacolo magico camminando i piccoli sentieri tra le frasche o sopra i tronchi caduti a terra, grati del percorso che ci ha portato fin lì. È passata solo una settimana e cominciamo a confondere i giorni: chiedersi dove eravamo anche solo 48 ore prima significa andare a ritroso facendo la lista delle cose, dei panorami, delle emozioni. É una sensazione bellissima.
Ma il momento idilliaco dura poco. Ci rendiamo conto che uno del gruppo è sparito. Cominciamo a cercarlo in lungo e in largo, scoprendo dopo un pò di tempo che era tornato tranquillamente alle auto senza avvisare. Un piccolo attimo di paura in un parco grande e con animali pericolosi in libertà, che ci ha insegnato forse la lezione più importante di tutto il viaggio: le scelte di ognuno, che siano buone o cattive, hanno un’influenza pesante sul gruppo intero, a volte determinante. Quando si viaggia insieme, quando si affrontano migliaia di chilometri, il volere del singolo non conta. La squadra decide, la squadra corre, la squadra affronta e risolve i problemi.
É stato un momento di tensione, risolto bene, che ha lasciato un segno chiaro e fondamentale per la crescita di questo gruppo.
Scendiamo le montagne ancora illuminati dal sole che tramonta sui campi coltivati della California.
Cena di nuovo al Denny’s di Bakersfield e birretta defaticante fuori dall’albergo. Domani si va al mare.

















































